| Si può essere certi che ciascuno di noi,
possessori di una o più vetture, ne faremmo un uso più
attento, magari realizzando anche delle significative economie,
se tenessimo presente quanto costa ogni chilometro che con essa
percorriamo. Non è un calcolo facile perché occorre
tenere conto di svariati elementi di questo costo.
Non a caso, anche in altri paesi, si riuniscono annualmente commissioni
formate da membri di diversa estrazione, come concessionari,
assicuratori, locatori, responsabili di parchi macchine, ecc., per
mettere a confronto i loro dati e fornire gli elementi necessari
all’esecuzioni dei calcoli. Citiamo le voci di costo più importanti.
| A. | Costo d’acquisto chiavi in
mano |
C. | Consumi di combustibile in
litri/100 km |
E. | Energia. Prezzo del
combustibile/litro |
M. | Costo di manutenzione
calcolato per chilometro |
G. | Costo del garage su base
mensile |
O. | Costo di un kg d’olio
lubrificante |
I. | Interesse annuale del
capitale investito per l’acquisto |
K. | Chilometraggio scelto come
base di calcolo |
N. | Numero di pneumatici
necessari per percorrere K |
P. | Prezzo dei pneumatici |
Q. | Quantità d’olio
contenuto nella coppa motore più eventuali rabbocchi |
S. | Stazione di servizio.
Prezzi di un ingrassaggio e tagliando annesso |
T. | Tempo scelto come base
d’utilizzo del veicolo, espresso in anni |
F. | Frequenza di cambio olio
motore (es. ogni 7000 km) |
X. | Premio annuo di
assicurazione |
Y. | Tassa di circolazione |
Z. | Valore residuo della
vettura al momento della vendita |
Esiste naturalmente una formula per ottenere CK,
vale a dire il costo chilometrico. Se non si desidera fare da
sè questa valutazione, vi sono organismi, come l’ACI, che forniscono
questo costo per ogni tipo e marca di vettura, come sanno bene
i professionisti che i costi di viaggio devono fatturare.
Imprese ed enti pubblici
Anche le imprese devono, anzi dovrebbero fare
queste valutazioni per le vetture così come per tutti gli altri
cespiti: macchinari, impianti, immobili e tutto ciò che risulta
a patrimonio delle imprese o degli enti pubblici.
Lasciamo ad altri più qualificati la definizione di bene
patrimoniale, limitandoci alla precisazione che in quest’articolo si
intende trattare
di tutte le tipologie di cespiti che figurano nel registro dei beni
ammortizzabili e cioè dei beni patrimoniali di un’impresa o di
un ente tenuto alla loro gestione.
Dal punto di vista del bilancio civilistico, cioè quello redatto
secondo le norme del codice civile,
questi beni sono considerati nel bilancio annuale dell’impresa
insieme alle spese per il loro funzionamento. Esiste poi un bilancio,
cosiddetto fiscale, che viene redatto sulla base delle norme stabilite
dal Testo unico sulle imposte dei redditi.
L’entrata e l’uscita
di un bene dal registro dei cespiti e quindi dal bilancio aziendale
sono regolate dalla legge. Purtuttavia la legge lascia alla
discrezionalità
degli amministratori la scelta fra l’impiego di tabelle predefinite
d’ammortamento per ogni tipologia di beni o, a certe condizioni,
la scelta autonoma della durata del periodo d’ammortamento da
assegnare ai beni all’atto della loro acquisizione. Naturalmente
gli effetti sul bilancio sono diversi a seconda che questo periodo
abbia una durata più o meno lunga.
Ora, avendo sempre a riferimento
il bilancio civilistico, per quanto riguarda l’ammortamento, le
quote annuali sono ricavabili con facilità e certezza, infatti
basta dividere il costo di acquisizione per il numero di anni
scelto per il suo ammortamento. Non è altrettanto immediato
valutare e contabilizzare i costi di funzionamento, meglio definiti come
costi di esercizio.
Non vi sono dubbi anche per le spese in materia
di consumi (combustibili, lubrificanti, ecc.), poiché esse sono
proporzionali alla durata del funzionamento e anche per le spese
di conduzione (stipendio operatori, contributi previdenziali,
ecc.).
Sorgono invece delle incertezze quando si tratta di apprezzare
le spese per il mantenimento dei beni, quelle che vanno sotto
il nome di manutenzione o, come ancora succede di incontrare,
di manutenzione e riparazione.
Non di rado gli amministratori, secondo i casi e le opportunità,
procedono ad imputare i costi
derivanti dalle attività di manutenzione ad ammortamento invece
che ad esercizio. Forse in ciò favoriti dal Testo unico sulle
imposte che non si preoccupa di fare differenza fra spese sostenute
per investimento e spese di manutenzione, avendo come unico obiettivo
quello di fissare un tetto massimo per l’imposizione fiscale.
Quest’atteggiamento degli amministratori, forse nella ricerca
di una terminologia più chiara, ha portato ad utilizzare termini
come manutenzione “ordinaria” e manutenzione “straordinaria” per
identificare la diversa collocazione (ad esercizio la prima, ad
ammortamento la seconda) nonostante il parere di oculati commercialisti
che suggeriscono di non fare questa distinzione e di chiamare
semplicemente “di investimento “ le spese da ammortizzare.
Questo modo di procedere degli amministratori (siamo sempre nel bilancio
civilistico), anche quando l’attribuzione avviene in maniera corretta,
coincide raramente con la scomposizione in ordinaria e straordinaria
effettuata dai responsabili della manutenzione. Infatti, essi
la praticano con criteri prevalentemente tecnico-economici più
che di governo dell’impresa.
Ruoli e responsabilità
Da quanto detto, s’intravede la necessità di un diverso inquadramento
delle spese di manutenzione che tenga conto dei diversi ruoli e
responsabilità che ricadono sugli amministratori e sui manager
delle attività di manutenzione.
Sarebbe sempre auspicabile che la vita utile di un bene (gli anni di
ammortamento del bilancio) coincidesse con la sua vita tecnico-economica,
ma così non è che raramente.
Basti pensare al fenomeno dell’obsolescenza che può colpire un
bene quando ancora è nel campo della sua vita utile e
tecnicamente in buone condizioni di funzionamento.
La scelta se alienarlo o
mantenerlo in esercizio, sempre difficile, compete agli amministratori
i quali debbono assicurare la rispondenza dell’apparato produttivo
alle esigenze economiche e di mercato. Ai responsabili di manutenzione
il compito anch’esso non facile, ma certamente diverso, di assicurare
la continuità di funzionamento dell’apparato produttivo e al
minimo costo di esercizio.
Una tabella semplice ed esplicativa della necessità di
riconoscere alle diverse funzioni i loro ruoli, potrebbe essere
la tabella 3-9 (tratta da: Construction planning, equipment,
and methods. Peurifoy. Seconda edizione. McGraw-Hill Civil engineering
Series) che elenca i cinque diversi costi che vanno considerati
ai fini della determinazione di mantenere in esercizio o alienare,
ad esempio, una macchina da cantiere.
| Tabella 3-9 Sommario dei costi cumulativi ($) per ora di lavoro prodotta |
| |
Anno |
| Costo |
1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
| Ammortamento e sostituzione |
3.00 |
2.50 |
2.17 |
1.94 |
1.80 |
1.67 |
1.56 |
1.47 |
| Investimento |
1.20 |
1.05 |
0.94 |
0.86 |
0.79 |
0.73 |
0.67 |
0.63 |
| Manutenzione e riparazioni |
0.44 |
1.63 |
0.79 |
0.94 |
1.09 |
1.23 |
1.39 |
1.56 |
| Mancata produzione |
0.18 |
0.27 |
0.35 |
0.42 |
1.49 |
1.56 |
1.65 |
1.76 |
| Totale 1 |
4.82 |
4.85 |
4.25 |
4.16 |
4.17 |
4.19 |
4.27 |
4.42 |
| Obsolescenza |
0.00 |
0.15 |
0.30 |
0.45 |
0.60 |
0.75 |
0.90 |
1.05 |
| Totale 2 |
4.82 |
4.60 |
4.55 |
4.61 |
4.77 |
4.94 |
5.17 |
5.47 |
Da cui si rileva che, senza tenere conto dell’obsolescenza,
la decisione di alienare cadrebbe fra il quarto e il quinto anno,
tenendone conto cadrebbe invece al terzo anno.
Ma cosa succede, quando un bene ha raggiunto il limite della sua
vita utile, se dal punto di vista tecnico-economico è ancora
lontano dal punto di minimo costo per unità di produzione
(km,ore,ecc.)?
Anche in questo caso spetta agli amministratori la decisione.
Se si reputa conveniente mantenerlo in esercizio, esso dovrà
venire di nuovo inserito nel registro dei cespiti e questa volta
ad un valore iniziale pari alla spesa sostenuta per porlo in condizioni
di operare per il nuovo periodo di ammortamento. Si tratterà
essenzialmente di spese per interventi che tecnicamente risultano
ancora di tipo manutentivo, ma con diversa destinazione: l’
investimento.
Ed ecco il punto; gli amministratori non possono considerare questa
spesa come costo di esercizio e dovranno necessariamente darle
un altro nome. Da alcuni è invalso l’uso di chiamarla
“manutenzione straordinaria”. Molti commercialisti
lo sconsigliano e suggeriscono invece di chiamarla semplicemente
“costo di investimento” e, per non ingenerare confusioni,
di usare per i costi di mantenimento (che vanno tutti ad esercizio)
il termine di “manutenzione” e basta.
Ne consegue che, se i responsabili di manutenzione attribuissero
con diverso criterio parte dei costi di manutenzione alla voce
“manutenzione straordinaria”, porrebbero gli
amministratori in condizioni di serio imbarazzo. Infatti, per i motivi
detti, essi non potrebbero correttamente imputarli ad incremento del
valore dei cespiti (ammortamento).
Nessun effetto invece per quanto riguarda il bilancio fiscale.
Il Testo unico sulle imposte, infatti, non fa alcun riferimento
alla manutenzione ordinaria e straordinaria. Esso richiede solamente
che della spesa per manutenzioni, ammodernamenti, trasformazioni,
ecc. solo una certa percentuale (oggi il 5%) possa venire imputata
a costo di esercizio.
N.B. I compensi periodici dei contratti a terzi per la manutenzione
di particolari beni possono venire dedotti interamente (cioè
oltre quel 5% sugli altri beni - n.d.r.).
In conclusione, è importante che una norma UNI chiarisca
questi aspetti e suggerisca soluzioni adeguate ai problemi che
la gestione tecnica dei beni e quella amministrativa delle imprese
e degli enti preposti alla gestione dei beni pubblici si trova
a dover affrontare quotidianamente.
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Useful life of capital investments
The owner is strongly interested in monitoring the owning and operating costs. Factors, which affect such costs, are taken into consideration together with the misalignment between the useful and the economic life of equipment. Recommended terminology is suggested to properly register said costs.
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