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Dopo essere stata per anni uno strumento al servizio dei tecnici, finalizzato a garantire
l'intercambiabilità dei componenti e dei meccanismi, dai più semplici ai più complessi, solo
recentemente la normazione ha cambiato in modo radicale il proprio significato.
Con la globalizzazione dei mercati, il rapporto fra fornitore e cliente, così come quello fra
imprese concorrenti, è diventato molto più complesso. La distanza rende impossibile un corretto
confronto senza riferimenti precisi.
Riferimenti che fissino in maniera chiara i requisiti che un prodotto o un servizio devono avere
per soddisfare le esigenze di tutte le parti interessate (imprese concorrenti, fornitori, clienti,
consumatori, ecc...); detto con parole diverse, perchè sia garantita la qualità di quel prodotto o
di quel servizio.
Ma i riferimenti non possono essere imposti. In un mondo in cui si vuole che siano salvaguardati tutti
gli interessi che sono in genere fra loro diversi e spesso contrastanti (economici, ambientali, di
sicurezza, ecc...) occorre un lungo e difficile lavoro per trovare il più ampio consenso.
Ecco allora intervenire la normazione. I tavoli intorno ai quali si sviluppano le norme sono punti di
incontro, ormai universalmente riconosciuti, fra tutte le parti interessate ad un determinato argomento.
Sono queste parti che determinano in modo del tutto trasparente, e su base volontaria, i requisiti che un
prodotto o un servizio devono possedere.
Immediatamente legata alla normazione è la certificazione, la dimostrazione data da una parte
indipendente di rispondenza alle norme, ed è solo la certificazione che oggi può dare al mercato la
necessaria certezza che un prodotto o un servizio soddisfino a pieno i requisiti concordati attraverso
la norma.
All'inizio era il mercato stesso che utilizzava la normazione e la certificazione come mezzi di volontaria
e necessaria autoregolamentazione; in seguito, sempre più, anche le autorità legiferanti hanno cominciato
a riconoscere l'importanza della normazione volontaria come strumento per regolamentare aspetti
importanti, come la sicurezza del cittadino.
L'Unione Europea ha fatto della normazione uno dei cardini su cui si basa il mercato comunitario, così
come il WTO (World Trade Organization) fa un chiaro riferimento ad essa come strumento essenziale per
l'abbattimento delle barriere tecniche al fine di garantire il libero scambio dei prodotti e dei servizi.
Sempre più la pubblica amministrazione fa riferimento alle norme volontarie nelle gare di appalto e
prescrive la certificazione come requisito essenziale per potervi partecipare (vedi la legge Merloni-ter).
E' chiaro che in questo contesto tutto cambia. Se prima gli organismi di normazione erano assise di
tecnici
e di addetti ai lavori, oggi entrano in gioco nuovi attori. Imprenditori e consumatori sono sempre
più attenti a controllare il rispetto delle regole, i primi per difendersi dalla concorrenza sleale,
i secondi per garantirsi dalle truffe, e sono quindi sempre più pronti a ricorrere legalmente nel caso
riscontrassero presunte irregolarità.
A questo punto finiscono con l'incontrarsi due mondi che finora si erano sostanzialmente ignorati:
quello dei tecnici e quello dei giuristi. Due mondi abituati a parlare linguaggi diversi, spesso persino
divisi da reciproca diffidenza.
I tecnici sono abituati alle cose concrete e vedono gli aspetti giuridici come fastidiose pastoie alla
loro attività. Non sempre si rendono conto delle conseguenze che possono derivare da una procedura non
rispettata, da una pubblicità non rigorosamente corretta, da un marchio descritto o impiegato in modo
scorretto.
I giuristi, dal canto loro, sono spesso portati a vedere l'imprenditore come un essere senza troppi
scrupoli che mira essenzialmente al lucro e, non conoscendo le regole che sono alla base della normazione
volontaria, possono essere portati a vedere questa come uno strumento di prevaricazione da parte dei
gruppi industriali più forti a difesa dei propri interessi particolari.
E' quanto è successo, per esempio, nel caso del salame Felino ove alcuni produttori, avendo sottovalutato,
se non addirittura ignorato, le procedure comunitarie a difesa della genuinità, non si sono preoccupati
di coprire i propri prodotti con la Denominazione d'Origine, nè hanno ritenuto opportuno partecipare,
insieme ad altri loro colleghi, alla elaborazione di una norma volontaria che l'UNI, su iniziativa
dell'ASS.I.CA (Associazione Industriali delle Carni), ha pubblicato per garantire almeno, in mancanza
di una protezione d'origine, i requisiti del processo produttivo.
Gli stessi produttori, a norma pubblicata, hanno ritenuto di dover fare ricorso alla magistratura contro
la norma perchè si sono ritenuti danneggiati facendo una gran confusione fra la protezione d'origine,
garantita dal DOP e la normazione volontaria che, limitandosi a definire il processo di lavorazione del
prodotto, nulla ha a che vedere con la prima.
Nel processo di prima istanza, il giudice ha accolto il ricorso dimostrando anch'egli di essere
completamente all'oscuro dei principi fondamentali che sono alla base della normazione volontaria.
E' una realtà grave che rischia di portare conflittualità e confusione nel mercato, come dimostrano
anche svariati altri contenziosi fra imprese nei quali l'UNI è stato chiamato a fornire la propria
consulenza, ed è proprio a fronte di tale situazione che l'UNI ha ritenuto necessario costituire con
CEI e CNR la nuova realtà di ENIQ che si pone appunto l'obiettivo di fare da anello di congiunzione fra
il mondo dei tecnici e quello dei giuristi, mediante iniziative destinate al conseguimento della piena
comprensione fra le parti.
Non basta però diffondere la conoscenza delle regole se poi non c'è un rigoroso controllo che tutti gli
attori le rispettino. Tale controllo è fondato in primo luogo sull'accreditamento che deve garantire la
correttezza degli organismi di certificazione.
Dopo aver svolto egregiamente il proprio ruolo per molti anni, il sistema della certificazione mostra
attualmente preoccupanti crepe dovute alla proliferazione degli organismi che si contendono il mercato,
ed alla fisiologica debolezza di molti organismi italiani nei confronti dei loro concorrenti esteri.
L'UNI, socio fondatore, insieme al CEI, di SINAL e di SINCERT, non poteva esimersi dall'intervenire per
difendere le imprese italiane che hanno correttamente investito nella certificazione, rispondendo anche
ad un forte invito fatto nel 1999 dal presidente dell'ISO, che era allora Giacomo Elias, agli organismi
nazionali di normazione perchè venisse garantito nelle certificazioni l'uso corretto del logo ISO.
Preso atto della debolezza del sistema, si è ritenuto di assegnare ad ENIQ il compito, divenuto ormai
improrogabile, di risanare e rafforzare quel punto fondamentale che è l'Accreditamento facendo della stessa ENIQ un più valido interlocutore della nuova Agenzia del Ministero dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato per i compiti di controllo che essa dovrà svolgere.
Ci si augura che questo possa essere l'inizio di un nuovo e diverso sviluppo culturale nel nostro paese
in materia di normazione, di accreditamento e di certificazione.
Sviluppo la cui drammatica necessità è dimostrata proprio da casi come quello del salame Felino.
La sentenza di I grado
La consulenza giuridica di ENIQ
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