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Danni da lavoro e statistiche

I danni da lavoro, si sa, sono articolati in due tipologie ben distinte da uno spartiacque abbastanza netto: da un lato gli infortuni sul lavoro e dall’altro le malattie professionali. Tale spartiacque è costituito dal grado di rapidità con cui viene portato l’attacco alla integrità psicofisica del lavoratore: nel primo caso, infatti, si tratta di un evento, per lo più, istantaneo o quasi, mentre nell’altro siamo di fronte ad un attacco lento, diluito nel tempo, spesso negli anni, quasi sempre subdolo e strisciante. Non sempre tale spartiacque divide i due versanti senza sbavature: così la medicina legale italiana eccepisce da sempre che le malattie da lavoro di origine infettiva o parassitaria sarebbero, in realtà, da collocare nel campo degli infortuni in quanto il contatto con quel preciso agente che introdurrà la malattia nel fisico del lavoratore avverrebbe comunque in un istante, non individuabile forse, ma comunque un tempo brevissimo. Così accade che l’Italia sia l’unico paese a ritenere che prendersi, lavorando, la bissinosi o un’altra malattia infettiva (la tubercolosi o l’AIDS, ad esempio) rappresenti un infortunio ed in certo senso, come dar torto a questa strana tesi? Di un infortunio o di un guaio certo si tratta! D’altro canto, si hanno situazioni in cui l’attacco non è poi così rapido (è il caso di certi avvelenamenti) e così si è deciso che il limite temporale superiore affinché si possa parlare di infortunio e non di malattia professionale sia la durata di un turno di lavoro.
Ma in questo breve scritto non c’è alcuna intenzione di toccare i temi cari alla medicina legale che tanti splendidi giuristi hanno discusso fino a dividere i capelli in quattro. Un tempo non così lontano da noi, diciamo cinquanta, sessant’anni fa, le statistiche dei danni da lavoro erano considerate (testuale!) un “cascame dell’attività assicurativa”, un prodotto di risulta che ci si ritrova tra i piedi quasi per caso e di cui non si sa bene che uso fare. Poi il mondo è cambiato, la consapevolezza della necessità di ridurre il fenomeno dei danni da lavoro e delle tecniche per farlo sono cresciute e maturate al punto che oggi le statistiche sull’argomento sono venute assumendo un ruolo di grande rilevanza: si sono cioè ritrovate ad illuminare e a dirigere le scelte che i preventori effettuano in tema di programmazione e di vigilanza. E’ questo il senso, ad esempio, della recente operazione “Nuovi flussi informativi” che esprime un patto assai efficace tra INAIL, ISPESL e Regioni: un nuovo modo di lavorare insieme per creare un sistema informativo sempre più valido che aiuti a far sì che i danni da lavoro siano domani meno numerosi e meno gravi.
Le statistiche degli infortuni, in particolare, nascono per lo più dal rapporto assicurativo e sono generalmente abbastanza esaurienti nei paesi avanzati e tra questi, ovviamente, l’Italia. Degli infortuni si conoscono statisticamente le modalità di accadimento, i legami del fenomeno con il ciclo economico, con la produttività, con le caratteristiche dimensionali e di settore delle imprese, e così via. Si sa che tali statistiche rappresentano con sufficiente fedeltà il fenomeno di cui offrono l’immagine e che le zone d’ombra che sottintendono (settori lavorativi non protetti, franchigie, problemi di sottodenuncia, ecc.) sono comunque sufficientemente delimitati, conosciuti e valutati. Inoltre, da circa trent’anni, è in vigore una “norma” UNI che ha via via abituato gli operatori a strutturare i dati secondo moduli comuni ed in cui tutti possono ritrovarsi e confrontarsi. Negli anni più recenti, a livello UE, EUROSTAT è andato progressivamente ovviando anche alle difficoltà di confronto internazionale che da sempre affliggevano il settore. Infatti il progetto ESAW (European Statistics on Accidents at Work), fornisce dati, forse ancora imperfetti, ma che già offrono della situazione europea una foto sufficientemente attendibile ed unitaria.
Tutt’altra situazione è quella disegnata dalle malattie professionali. Abbastanza di recente, una studiosa francese, la dott.ssa Blandin di EUROGIP (Francia) ha svolto una ampia ricerca sulle malattie professionali in Europa arrivando, tra l’altro, alla conclusione che in quasi tutti i paesi dell’Unione il numero annuo delle malattie da lavoro denunciate è in progressivo calo. Difficile dare un senso positivo a tale diminuzione che di certo è figlia di molti fattori concomitanti. Tutti i commentatori concordano infatti su di un punto: la reale dimensione del fenomeno delle malattie da lavoro poco o nulla ha a che fare con la dimensione del fenomeno individuato dalle denunce annue agli istituti assicuratori. Un esempio: all’INAIL vengono denunciati annualmente un migliaio di casi di tumore professionale e tale numero è in progressivo aumento. Ma, d’altra parte, gli epidemiologi giurano che l’entità reale del fenomeno in Italia non possa essere inferiore annualmente alle quattromila unità. E allora? Inoltre le malattie professionali rappresentano un fenomeno magmatico, progressivo, in rapida trasformazione: vi sono malattie del passato in fase di forte declino come la silicosi o quelle di origine chimica; vi sono affezioni che ora hanno iniziato la loro fase di rientro come le ipoacusie. Alcune malattie poi presentano numeri e gravità marcate pur essendo il riverbero di attività ormai chiuse per legge come è il caso dei danni da asbesto e vi sono, infine, le malattie del futuro, in fase di sviluppo: le malattie muscoloscheletriche, i danni da vibrazioni, lo stress, ecc.. E di tale situazione in divenire e dell’incertezza nella dimensione complessiva del fenomeno le statistiche risentono marcatamente.
A livello europeo, un progetto denominato EODS (European Occupational Diseases Statistics) tenta ora di rendere confrontabili le statistiche dei diversi paesi attraverso un’azione che cerchi di normalizzare, prima di tutto, i protocolli sulla cui base sono accettate o rigettate, nei differenti paesi, le domande di indennizzo.
Un importante mattone alla costruzione dell’edificio di un’informazione migliore e più confrontabile è stato portato dall’UNI con la pubblicazione della UNI 11046:2003 "Statistiche delle malattie professionali". Si tratta di una norma decisamente innovativa per la simbologia complessa ma non astrusa che la contraddistingue, per l’articolazione degli aspetti toccati, per la varietà di soluzioni indicate, per l’aderenza alle più recenti innovazioni legislative che hanno contraddistinto il mondo dei danni da lavoro, come, ad esempio, il D.Lgs. 38/2000.
Il completamento del lavoro intorno a tale norma, proprio per il suo carattere innovativo, ha peraltro aperto un problema diverso: quello, cioè, della attualità della norma parallela relativa alle statistiche infortunistiche, che appare inesorabilmente invecchiata rispetto alla modernità di quella riguardante le malattie da lavoro. In tale situazione, non rimaneva che rimettersi a lavorare sulla norma riguardante gli infortuni per adeguarla ai nuovi spunti legislativi, alla simbologia adottata in quella delle malattie professionali, alle mille novità che hanno inciso di recente sul mondo dei danni professionali: dal citato D.Lgs. 38/2000 al più famoso D.Lgs. 626/94 che ha attraversato il mondo del lavoro ed ha sovvertito ogni situazione precedente.

Gianfranco Ortolani
Coordinatore Settore Statistiche per la prevenzione
INAIL Roma



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