Che il turismo rappresenti, nonostante tutto, una delle attività umane universalmente previste in forte crescita è ormai noto a tutti. Che, in virtù di tale constatazione, il nostro Paese soprattutto e l'Europa in genere debbano darsi da fare per conservare il proprio ruolo e la propria quota di mercato, potenzialmente molto elevata, ma insidiata da mete di forte richiamo in altre parti del mondo è una consapevolezza che comincia a farsi strada.
Che cosa l'Italia (e l'Europa) debba fare a questo scopo è meno chiaro e condiviso: desideriamo più movimento turistico, per partecipare alla crescita mondiale, ma denunciamo i limiti di rottura, sfiorati se non superati, dalla pressione turistica nelle località principali (Firenze, Venezia, Roma sono solamente gli esempi più eclatanti).
Siamo consapevoli del fatto che i nostri territori, storicamente urbanizzati e ricchi di testimonianze, i nostri paesaggi, che sono il risultato millenario della somma di natura più storia, non debbono e non possono mettersi in competizione con la geografia naturale di mondi nuovi, più lontani ed esotici, che i nostri costi non possono concorrere con quelli di mete emergenti, che da noi il turista straniero non accetta perciò approssimazioni e adattamenti.
Il confronto, però, con Francia e Spagna, per parlare solamente di chi ci sta davanti quantitativamente, si deve fare. E allora, se il gusto, il confort e la qualità non sono categorie astratte ma valori concreti, c'è veramente molto da migliorare.
Predichiamo dunque il decentramento e la valorizzazione delle nostre peculiarità che ancora hanno ampi spazi di crescita: cultura, storia, qualità dei cibi, dei prodotti tipici, di un sistema complessivo di accoglienza, ma alla base della proposta non può che esserci la qualità, in senso scientifico e complessivo.
La necessità impellente è che il mondo del turismo, nel sistema Italia, si disponga, più di quanto non abbia già cominciato a fare, ad un quadro normativo chiaro ed efficace e si apra rapidamente agli standards, alla misurazione, alla certificazione.
Non bastano gli "standard minimi" che le linee guida previste dalla legge sul turismo, la 135/2001, assegnavano al Decreto della Presidenza del Consiglio e che ora sembrano per lo più trasferite al Coordinamento delle Regioni. Gli standard minimi, che auspichiamo in ogni caso uniformi su tutto il territorio nazionale, quale che sia l'Ente chiamato a dettarli, sono appunto limiti minimi di accettabilità, non prove "provate" di eccellenza. E invece la nostra posizione, nel mercato, ci impone di eccellere: nella qualità dell'informazione e dell'accoglienza; nella qualità delle strutture ricettive, delle imprese che a vario titolo possono definirsi turistiche; nel rigore dell'applicazione delle norme che riguardano la salvaguardia ambientale, la conservazione del patrimonio, il rispetto del paesaggio. Lo dobbiamo al tipo di clientela, esistente e potenziale, cui ci rivolgiamo, ma anche alla "materia prima" che utilizziamo, cioè l'Italia, con tutto il peso del suo patrimonio, delle sue ricchezze ambientali e della sua storia.
Lo dobbiamo all'importanza di un'attività economica come il turismo, che rappresenta oggi più del 6% del PIL nazionale e che ha, solo a queste condizioni, un potenziale di crescita importante, specie nelle Regioni meridionali, cosė ricche di attrattiva turistica, ma che necessitano in modo accentuato di processi di normazione e certificazione universalmente riconosciuti e accreditati. Come fare tutto questo, avendo di fronte alcuni milioni di operatori da coinvolgere, non è compito semplice, né rapido. Non si può negare però che sia un tema da affrontare subito e che si presenti come una straordinaria operazione culturale, forse quella più avvincente della storia recente del nostro Paese.
Guido Venturini
Direttore generale Touring Club Italiano
Vicepresidente UNI
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